Con questo titolo non mi riferisco al romanzo della scrittrice Michela Murgia, ma all'autentica tradizione popolare sarda della femmina accabadora a cui il romanzo si ispira.
La tradizione risalente all’epoca pre-novecentesca, seppur non comprovata, vuole che una donna vestita di nero, durante la notte, venisse chiamata per alleviare le sofferenze dei moribondi di qualunque età quando i familiari o la stessa vittima lo richiedessero. La leggenda vuole che l’accabadora agisse al buio, discretamente, con un cuscino per soffocare la vittima o con un mazzuolo di legno d’olivastro (su matzolu), colpendo il moribondo sulla fronte o sulla nuca per terminarne l’agonia.
Il tema del fine vita è un argomento molto sensibile che tocca la coscienza nel profondo. In quanto tale, andrebbe affrontato con sobrietà, uscendo dai canoni della polarizzazione imposta da alcuni credo politico-ideologici. Sarebbe infatti riduttivo e limitante schierarsi acriticamente con o contro la dottrina cattolica, dibattendo sul “sia fatta la TUA o la MIA volontà”.
Il punto dirimente della questione è il riconoscimento della volontà dell’individuo dl porre fine alle proprie sofferenze e alla propria esistenza. Fatalmente, provare a sciogliere questo nodo apre la porte a scenari che non devono essere sottovalutati e impone una serissima riflessione sul ruolo che lo Stato deve assumere di fronte alla volontà della persona. Occorre poi tenere a mente il fatto che la volontà individuale può essere piegata da fattori esterni e da coercizioni più o meno violente (il recente incubo pandemico, purtroppo, non lascia dubbi in merito).
Sul piano tecnico, il fine vita è un suicidio assistito medicalmente ma, vista la procedura burocratica che si prefigge di normarlo, si potrebbe definire, in maniera tragicamente sarcastica, l’atto di un tribunale che deve emettere una sentenza di morte su richiesta del condannato.
Sul piano etico, non bisogna mai dimenticare che il suicidio è un atto di coraggio (o vigliaccheria, dipende da come lo si vuol vedere), ma in quanto tale presuppone la forte volontà di superare l’istinto di conservazione e l’accettazione che il trapasso possa non avvenire nella condizione più certa, breve e indolore. Sebbene il suicidio assistito preveda che sia il paziente, capace di intendere e volere, ad avviare autonomamente la somministrazione del farmaco letale e che la sua condizione fisica sia irreversibile, l’idea che si possa affrettare il trapasso in maniera dolce e sicura costituisce evidentemente una grande tentazione al superamento di qualsiasi resistenza alla propria autoconservazione, soprattutto in presenza di dolore e situazioni difficili da sopportare. In un presente così distopico, questa rischia di diventare un’ulteriore tappa di quel cammino verso il nichilismo assoluto e la totale mercificazione della vita umana, che potrebbe facilmente indurre gli individui all’estrema “scelta” quando apparentemente la vita possa sembrare non avere più valore, come purtroppo già avviene in alcuni Paesi (si veda ad esempio il caso del Canada, dove ormai più di un decesso su venti è provocato dalla MAID, la Medical Assistance in Dying).
Ecco che allora la vita, per legge, viene rimessa a un comitato etico, ad un’inquisizione che potrà accogliere la richiesta di morte. Il rischio, nonostante tutte le precauzioni del caso, è che un domani, una volta aperta la famosa finestra, certe procedure possano farsi sempre più “elastiche” e “desiderabili”, a fronte di richieste presentate sulla base di situazioni sempre meno gravi e sospinte da fattori sempre più diversi, come ad esempio le condizioni economiche, la depressione o la paura di non riuscire a sostenere un percorso dignitoso di malattia.
Una volta riconosciuto che sia possibile affidare la propria sorte alla burocrazia di Stato, le conseguenze sociali, soprattutto di fronte ad una popolazione sempre più anziana, potrebbero essere davvero imprevedibili.
L’apertura di alcune regioni al fine vita sulla scia di una sentenza della Corte Costituzionale rischia di rivelarsi propedeutica all’adozione di una legge nazionale sul suicidio assistito. Ciò che da una parte rischia di diventare fattore di deresponsabilizzazione per l'individuo, dall'altra potrebbe rappresentare un’ulteriore occasione di deresponsabilizzazione dell’organizzazione statale nel tutelare la vita e i diritti fondamentali dell’essere umano. Guardando cinicamente alla fredda logica dei bilanci delle aziende sanitarie, somministrare una soluzione letale costa infinitamente meno che mantenere in vita un paziente bisognoso di cure.
Le competenze dello Stato non possono e non devono interferire con le decisioni attinenti alla sfera intima e privata dell’individuo, specialmente se in discussione c'è la pretesa di regolamentare come e quando debba finire una vita. In questi contesti ancor più che altrove lo Stato deve riconoscere i propri limiti. Il suo unico compito dev'esser quello di creare le condizioni migliori per difendere la dignità della vita fino all’ultimo respiro, offrendo strutture e prestazioni mediche del più alto livello possibile e sostenendo tutti quei servizi necessari alle famiglie per poter assistere ogni vita fino all’ultimo giorno. Lo Stato deve adoperarsi affinché tutte quelle condizioni di fragilità siano supportate adeguatamente evitando che un contesto sociale di degrado renda insopportabile una malattia o, più semplicemente, la vecchiaia.
Il progresso non è scegliere di poter subordinare la propria esistenza ad una “kommissione multidisciplinare” o a fantomatici comitati etici che possono decidere se avviare o meno un percorso di morte con tempi e metodi imposti dalla burocrazia. Il progresso è avere la serenità di poter terminare la propria vita nel modo migliore possibile.
Se quindi l’accabadora viene romanzescamente definita come una dispensatrice di pietà, e in funzione di quella virtù, la sua figura leggendaria viene usata per invocare e giustificare l’uccisione medicalmente assistita, in realtà rappresenta qualcosa di molto diverso: quel rituale informale, e non privo di violenza, poteva esser tacitamente accettato dalla comunità ma rimaneva comunque all’infuori del perimetro dell’azione dello Stato. Il fatto che una comunità possa aver considerato accettabile quella pratica non significa che fosse legale. E, nell'ipotesi che le accabadore siano realmente esistite, non risulta nemmeno che siano state punite dalle autorità. Un dato che qualifica una grande consapevolezza del proprio ruolo e dei propri limiti da parte delle istituzioni del tempo, attentissime a non entrare in questioni intime e strettamente legate all’ambito personale e familiare.
Sebbene l’evoluzione della medicina, delle cure e soprattutto dell’ospedalizzazione abbia certamente cambiato le dinamiche di assistenza portando, molto spesso, la malattia ad uscire dalle mura domestiche, la questione rimane aperta: riconoscere la possibilità di spogliarsi della propria libertà e del proprio diritto all'autodeterminazione affidando tutto allo Stato equivale a trasformare la morte da evento naturale che qualifica tutta la nostra esistenza a mero processo gestito del dispositivo normativo statale. Di fronte a uno scenario del genere non possiamo non domandarci quanto abbia senso parlare di "libera scelta" dato che, in ultimo, si è qualificata la libertà di vivere come una facoltà concessa dal potere che, pertanto, al potere può essere restituita.
Se invece di far leva sul fraintendimento dei sentimenti di pietà e misericordia "cristiani" al fine di istituzionalizzare la cultura della morte, si volesse davvero ricorrere all’etica Cristiana, che considera la vita umana indisponibile a ogni potere terreno, allora si dovrebbe definire argini nettissimi al ruolo dello Stato nel fine vita. E se questi argini rispetteranno davvero la libertà della persona, allora non potranno mai negare il diritto all'autodeterminazione. Rispettare la libertà dell'individuo, infatti, significa riconoscere ogni forma di libertà, inclusa la libertà di cura. E libertà di cura significa anche libertà di rifiutare le cure, scegliendo consapevolmente di non accanirsi nel prolungare la propria vita ad ogni costo.
Val la pena sottolinearlo: accompagnare un morituro consapevole delle propria sorte verso una fine naturale e dignitosa offrendo cure palliative non è equivalente a procurare la morte a qualcuno che la chiede. Tra le due situazioni c'è un abisso e quell'abisso è proprio ciò che distingue una società in cui il potere che riconosce e rispetta il libero arbitrio degli uomini da una società in cui è il potere a concedere ai singoli la facoltà di vivere.
Insomma, è l'abisso che separa la libertà dalla schiavitù.
S’accabadora
La legge sul fine vita: pietà o deresponsabilizzazione?
La legge sul fine vita: pietà o deresponsabilizzazione?
Venerdì 18 Settembre 2026