Limiti e poteri della magistratura

Spunti di riflessione a partire dalla filosofia aristotelica

Spunti di riflessione a partire dalla filosofia aristotelica

Giovedì 2 Aprile 2026

Ha vinto il No. Il popolo italiano ha scelto di sostenere l’intoccabile casta dei magistrati, un’élite oligarchica che spadroneggia nel bel paese facendo il bello ed il cattivo tempo, coartando sistematicamente sia la vita politica italiana che quella dei privati cittadini. Emblematici in tal senso sono tanto l’assurda sentenza che ha costretto lo Stato italiano a risarcire la scafista Carola Rackete, quanto quello della famiglia del bosco – ultima nefandezza del partito di Bibbiano e del suo braccio armato, anzi, togato. La casta dei magistrati si erge al si sopra della democrazia trasformandola in una tirannia: questi padri-padroni dall’alto della loro carica istituzionale dettano legge nella nazione italiana, impedendo a chiunque non condivida la loro ideologia progressista di governare il Paese. Già Aristotele quasi 2.400 anni addietro nel suo studio su la Politica avvertiva dei pericoli che lo Stato avrebbe corso se avesse permesso a delle caste di potenti di tiranneggiare sulla cittadinanza. Criticando Platone Aristotele scriveva:

«In queste Leggi si dice che la costituzione migliore dev’essere una combinazione di democrazia e di tirannide, forme che o non si dovrebbero ritenere affatto costituzioni o le peggiori di tutte. […] Del resto la costituzione delle Leggi si vede chiaramente che non ha nulla di monarchico, ma solo elementi oligarchici e democratici: tuttavia è portata a inclinare di più verso l’oligarchia. Ciò appare dal modo di nominare i magistrati: che siano sorteggiati tra candidati eletti per votazione è un tratto che fonde le due costituzioni, ma obbligare i benestanti a partecipare all’assemblea, a nominare i magistrati o a sbrigare altre faccende politiche e ad escludere gli altri, questo è proprio dell’oligarchia, come pure cercare che la maggior parte dei magistrati siano presi tra i benestanti e le più alte cariche tra chi possiede censo più alto. Oligarchica egli rappresenta anche l’elezione del consiglio […].Che dunque siffatta costituzione non debba essere composta di democrazia e di monarchia appare chiaro da queste considerazioni […[. Così pure rispetto all’elezione dei magistrati, il farli eleggere tra una rosa di candidati già eletti è pericoloso, perché se alcuni, anche in numero modesto, vogliono raggrupparsi, le elezioni avverano sempre secondo il volere di costoro.»*

Chiariamo anzitutto che nell’antica Grecia erano magistrati tutti coloro i quali presiedevano ad un magistero, ovvero, che ricoprivano un ruolo in una delle tre funzioni dello Stato (amministrativa, giudiziaria, legislativa). Tuttavia, nonostante questa differenza e le molteplici diversità che intercorrono tra la polis greca e lo Stato moderno, il grido d’allarme dell’Aristotele rispetto ai pericoli dell’oligarchia, ovvero dello Stato costituto sulla base del privilegio di alcune caste, le quali potrebbero condizionare la vita dello stesso organizzandosi in fazioni, riecheggia nelle nostre orecchie come monito più che attuale. 

Nell'odierno sistema statale italiano la magistratura è certamente la casta più privilegiata e potente di tutte, inscalfibile dall’esterno, autoreferenziale, prevaricante verso gli altri due poteri dello Stato, ideologicamente votata a irregimentare la politica dalle aule dei tribunali impedendo a quest’ultima di organizzare la vita della nazione, sempre pronta a tirare in ballo il diritto europeo e a subordinanarvi costantemente il diritto nazionale. A oggi nella magistratura si trovano alcuni dei principali fautori dei vincoli esterni del nostro Paese, figure che lavorano tutti i giorni alacremente per impedire all’Italia di essere sovrana. 

Ma torniamo ad Aristotele, il quale afferma che non vi sono costituzioni peggiori della tirannide e della democrazia (ricordiamo che "democrazia" è il termine con cui Aristotele qualifica la forma corrotta del governo dei molti). Infatti, se nella tirannide il sovrano rischia di venir corrotto dalle schiere di adulatori di cui si circonda, nella democrazia è il popolo, ad esser preda dell'inganno dei demagoghi. Tale è proprio il nostro caso: al cittadino viene concessa in maniera truffaldina la possibilità di votare, ma ciò comporta ormai soltanto partecipare «passivamente» ad un sistema elettivo che è per sua natura arbitrariamente selettivo ed oligarchico. Non è un caso che già il filosofo e sindacalista rivoluzionario Angelo Oliviero Olivetti lo definisse a suo tempo «l’ultima thule delle libertà».

Alla base del nostro assetto attuale non vi è effettivamente nessuna propulsione popolare: il sistema privilegia e seleziona dall’alto i suoi rappresentanti. E questa selezione non avviene certo in base a questioni di merito ma solo e soltanto per garantire la conservazione del potere stesso, immobilizzando e paralizzando la vita della nazione. Tuttavia, se la politica rappresentativa mostra questa deriva fortemente oligarchica, almeno occorre riconoscere che ha la decenza di mostrarsi vincolata all'elezione da parte dei cittadini. La magistratura, invece, non ha nemmeno questo argine: i magistrati, ad oggi, possono comportarsi come tiranni che imperano dalle aule di tribunale e dagli uffici delle procure, perseguitando impunemente tanto la politica quanto le frange di privati cittadini avversi alla loro ideologia. In nome dei diritti universali e dell’inclusione ad ogni costo possono sentenziare faziosamente in favore dei "migranti" e delle comunità religiose non autoctone (quella islamica in primis), umiliando così gli sforzi di coloro che, tutti i giorni, lavorano per difendere il proprio Paese. Veder esultare un pezzo importante di questa magistratura alla stregua di un partito vittorioso, per di più dopo aver propagandato la menzogna della «difesa della costituzione italiana», è imbarazzante, oltre che ridicolo e grottesco.

Come scrive Aristotele, non vi è carica o funzione più nobile ed importante di quella di un giudice e ciò significa che non vi è cosa più pericolosa per la tenuta dello Stato stesso di una casta di magistrati che approfittano del proprio ruolo e fanno male il loro lavoro. Rivendicando la propria politicizzazione (quest'è l'appartenenza correntizia) ma rigettando ogni forma di legittimazione popolare, impediscono al popolo di autodeterminarsi. Facendo prevalere il diritto europeo su quello nazionale, pongono un ostacolo ancor più insormontabile rispetto a quelli posti dalla nostra classe politica. Altro che uscita dall’euro: questa magistratura farebbe di tutto per impedircelo e ci muoverebbe guerra con più forza dei burocrati di Bruxelles e dei mercati finanziari.

Come ben sosteneva Aristotele, per avere uno Stato giusto bisognerebbe tenere a mente soprattutto che è fondamentale l’effettiva partecipazione dei migliori cittadini alle alte cariche di governo dello Stato, ponendo attenzione al fatto che questi siano selezionati per merito. Da cittadini di uno Stato moderno, noi aggiungiamo a questo principio anche la necessità della legittimazione popolare, giacché in democrazia è per conto del popolo sovrano che i magistrati amministrano la giustizia. Questo dovrebbe valere sopratutto per i procuratori, per coloro che organizzano e orientano la macchina della giustizia: non si può ammettere che gli uffici della polizia giudiziaria siano in balia di uomini che fanno politica tramite un uso strumentale delle indagini al fine di perseguitare i propri avversari. Insomma, anche i magistrati debbono avere delle responsabilità di fronte alla cittadinanza e ciò significa che i procuratori e tutti i membri degli organi preposti al governo autonomo della magistratura dovrebbero essere selezionati tramite elezioni a suffragio universale, cosicché i magistrati a cui spetta di orientare e giudicare l’operato degli altri magistrati rispecchino – se non del tutto, almeno in parte – il sentimento popolare. E c’è di più: per garantire l’imparzialità e la legittimità delle sentenze nei processi penali sarebbe importante che il giudizio venisse emesso da una giuria popolare e non dal giudice, che semmai dovrebbe limitarsi a presiedere il processo ed assicurare il rispetto delle regole procedurali e della legge. Soltanto una volta espresso il verdetto di colpevolezza da parte della giuria, spetterebbe al giudice emettere la sentenza finale, determinando la pena.

Già Aristotele comprendeva pienamente che in democrazia vi è la necessità dell’elezione delle più alte cariche dello Stato: coloro che siedono nelle istituzioni e le amministrano debbono essere scelti dal popolo perché solo così questa forma di governo può essere funzionale. Nonostante Aristotele criticasse la democrazia, infatti, sosteneva che si dovesse distinguere fra la sua forma più autentica dalla sua degenerazione; per il filosofo la democrazia funziona bene solo laddove:

«[...]è anzi istituto consuetudinario, che i cittadini tutti eleggano i magistrati, ne esigano il rendiconto, siedano in tribunale [...] Dipendere e non avere le facoltà di agire in tutto secondo il proprio parere è utile perché la possibilità di fare quel che si vuole non riesce a tenere a bada il male ch’è in ciascun uomo. E così si realizza di necessità quel che è estremamente gradevole nel governo degli stati, che cioè le classi alte coprano le cariche senza fare torti, mentre la massa non è posta in condizione d’inferiorità.»

Laddove, invece, come nel nostro Stato, vi sono delle caste come quella dei magistrati che non debbono rendere conto del loro operato a nessuno non può che generarsi una sistematica ingiustizia perpetrata ai danni delle masse, perché laddove viene a crearsi un’oligarchia essa degenera sempre in una tirannia e questa tirannia, adesso, è stata ulteriormente legittimata, paradossalmente, dalla volontà del popolo stesso, che s’è lasciato persuadere dai soliti demagoghi, gli stessi del golpe di Mani pulite, gli stessi esponenti della casta che ha contribuito in maniera determinante a smantellare la Prima Repubblica. Prima Repubblica che, seppur con tutti i suoi limiti e difetti, mai e poi mai avrebbe regalato l’Italia alla finanza internazionale ed ai burocrati di Bruxelles.

Da Aristotele possiamo comprendere dunque che se nessuno controlla il controllore questo si trasformerà sempre e comunque in un oppressore. E oggi, al di sopra della magistratura, non c'è nessuno.

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