Remigrazione
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Politica di trasferimento forzato o ritorno volontario della popolazione di immigrati e dei loro discendenti, anche se naturalizzati, da un dato Paese verso il Paese d’origine degli stessi.
Nel 1981 il numero di stranieri regolari e regolarmente censiti presenti in Italia era 210.937, lo 0,3% circa della popolazione dell’epoca. Oggi ufficialmente sono 5.371.25, più del 9% della popolazione attuale. Ma questo dato è fuorviante in quanto sottostima ampiamente il fenomeno migratorio per una lunga serie di motivi.
In primis quelli censiti sono solo ed esclusivamente gli stranieri regolari. A questi 5,4 milioni vanno aggiunti all'incirca 188mila non regolarmente censiti e 339mila di irregolari (meglio noti come clandestini), per un totale noto di quasi 6 milioni di stranieri, oltre il 10% della popolazione nazionale.
In secondo luogo, il dato sopracitato si riferisce al primo gennaio 2025 e, se gli ultimi 45 anni sono indicazione di tendenza, nel 2026 quel numero sarà sicuramente aumentato. E continuerà a farlo.
Il terzo motivo è che gli stranieri non sono equamente distribuiti tra tutte le fasce di età. La percentuale di stranieri sulla popolazione ultra-sessantacinquenne è irrisoria, mentre tra i giovani e giovanissimi è ben più alta della media nazionale. Anche azzerando i flussi migratori in questo preciso istante, la presenza di stranieri in rapporto agli italiani è destinata ad aumentare per inerzia.
Quarto: in mancanza di controlli regolari alle frontiere non è mai certo quanti, quando, e dove le varchino. Ricordate Anis Amri? Il terrorista del mercatino di Natale di Berlino 2016 che passò ben quattro confini nazionali intra-UE prima di essere fermato per sempre nei pressi di Sesto San Giovani. È chiaro quanto porose siano queste frontiere.
E poi ci sono i ricongiungimenti familiari, grazie ai quali ogni singolo straniero insediatosi ne richiama potenzialmente altri enne.
E poi ci sono quelli che entrano legalmente ma si danno alla macchia appena scade il permesso di soggiorno o il visto turistico.
E poi ci sono tutti gli stranieri a cui la cittadinanza è stata (o verrà presto) regalata nella speranza di farne dei leali foederati dei partiti progressisti.
È quindi ragionevolissimo ritenere che i numeri reali degli stranieri in Italia siano ampiamente sottostimati. Un lettore sotto i trent’anni lo sa già benissimo, specie se vive o è cresciuto in città. La situazione etnografica del Paese è peggiore di quanto non si voglia credere. Ma – attenzione – prender atto di questo non significa cedere al disfattismo, abbandonarsi alla rassegnazione o farsi prendere dalla disperazione. Al contrario, in queste righe si vuole presentare una soluzione che esiste già e ha pure un nome: la remigrazione.
La remigrazione non è altro che una combinazione di diverse politiche, alcune delle quali già formalmente in vigore ma ben poco applicate, i cui scopi ultimi sono:
- fermare l’immigrazione incontrollata;
- espellere forzatamente gli stranieri irregolari;
- promuovere il rimpatrio volontario degli stranieri regolari;
- punire coloro i quali hanno alimentato, per profitto o per disprezzo, questo traffico di esseri umani;
- risarcire coloro i quali ne hanno sofferto le conseguenze;
- promuovere la natalità italiana.
Non è una mera misura di sicurezza o di antiterrorismo. E no, non si tratta neppure di una questione economica. Il punto non è che l'immigrato sia clandestino o regolare, che sia un onesto lavoratore o un delinquente patentato. La remigrazione è una questione di identità.
Per molti questa è un’ovvietà nota da tempo, ma fino a poco fa questa era una parola da condividere sottovoce o anonimamente via internet. Oggi, finalmente, la remigrazione è diventata di pubblico dominio e risuona così tanto e così forte che nessuno la può ignorare, neanche chi la disprezza. Non a caso anche quelli che per anni si sono finti contrari all’immigrazione mentre in realtà ne sono stati complici, assecondando ogni capriccio di Confindustria e prostrandosi di fronte alle accuse di razzismo dei progressisti, adesso parlano di remigrazione. O, meglio, ne sparlano con l'evidente scopo di sterilizzarla, svuotandola dell'obiettivo della rinascita identitaria e proponendola come una mera pratica amministrativa volta ad accelerare i rimpatri già previsti dalle leggi attuali. Tanto per esser chiari: stiamo parlando dei personaggi che ripetono slogan triti e ritriti quali “Se viene qui per lavorare è nostro fratello.” No! Se qualcuno arriva in Italia da un altro Paese non si può accogliere come un fratello perché, per definizione, non è nostro fratello. Siamo stanchi di fingere che non sia così.
La proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dal Comitato Remigrazione e Riconquista e presentata sul portale del Ministero della Giustizia ha già superato le 100mila firme, più del doppio delle 50mila richieste per avviare l’iter parlamentare. All’estero, oltre che cavallo di battaglia della campagna elettorale di Donald Trump, la remigrazione è un obbiettivo politico perseguito apertamente dall’AfD in Germania, da Reconquête in Francia, dal Restore Britain nel Regno Unito, da Vox in Spagna e da una miriade di altre organizzazioni che si battono per la propria Nazione. La remigrazione è sulla bocca dei giovani di tutta Italia, di tutta Europa, di tutto l’Occidente.
Ora, in Pro Italia non ci facciamo illusioni: la missione sarà dura. Le espulsioni necessitano, se non della cooperazione, almeno dell’indifferenza dei Paesi di provenienza e questo richiede che l’Italia riacquisisca peso internazionale, cosa che a sua volta necessita di potenza militare, che a sua volta richiede un’economia pronta a sostenerla. È una missione di cui solo un popolo che provi amore per se stesso può esser all’altezza. E anche punire i responsabili, risarcire le vittime e promuovere la natalità sono obbiettivi tutt’altro che facili, perché richiedono un cambiamento culturale ancor prima che legislativo.
Ma tutte queste difficoltà non sono motivo valido per rinunciare. Perdersi nelle minuzie tecniche a questo punto della storia è un errore. Se quarant’anni fa qualcuno avesse detto di voler importare sei milioni di stranieri in Italia nessuno lo avrebbe preso seriamente. Eppure, una menzogna alla volta, siamo stati trascinati fino a qui. Similmente, un passo alla volta, senza lasciarci distrarre da chi si augura il nostro fallimento, arriveremo al nostro obbiettivo. Un’espulsione dopo l’altra, un arresto dopo l’altro, un risarcimento dopo l’altro, tra qualche anno ci guarderemo indietro e chiameremo quanto fatto “remigrazione”.
Loro dicono che sia infattibile. Loro dicono che sia inumano. Loro dicono che sia illegale. Loro dicono che la sostituzione etnica non esiste (ma anche che esiste ed è un bene) e che non avrebbe alcuna importanza. Loro ne dicono tante. Dicono tutto e il contrario di tutto. Per loro le parole sono solo uno strumento per ingannare gli uomini.
Noi di ProItalia diciamo semplicemente che non prendiamo lezioni da chi il problema lo ha creato. E non le prendiamo neppure da chi, per anni e anni, lo ha accettato senza fare niente.