Come salvare i borghi italiani

Idee per preservare i piccoli centri abitati e fermare il declino demografico

Idee per preservare i piccoli centri abitati e fermare il declino demografico

Venerdì 27 Febbraio 2026

La piaga dello spopolamento dei borghi italiani dovrebbe tenere svegli i nostri governanti. Invece, basta leggere un passaggio dell'ultimo “Piano strategico nazionale per le aree interne” per capire l’atteggiamento con cui lo Stato archivia la questione: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso sincronizzato di declino e invecchiamento”. Insomma, per chi ci governa, ai piccoli centri in declino si può concedere al massimo l’eutanasia amministrativa.

Eppure i borghi sono parte integrante della nostra infrastruttura sociale. Se lasciamo che si dissolvano, non perdiamo solo abitanti: perdiamo memoria, identità, filiere e, in ultima analisi, sovranità. Oggi però, allergico come sono al fatalismo, proverò a dare delle possibili soluzioni per invertire questa tendenza.

Intanto, qualche numero (impietoso). Nel 2023, 341 comuni non hanno registrato neppure una nascita, e si tratta esclusivamente di piccoli comuni (fino a 5.000 abitanti). L’Istat segnala che tali centri abitati rappresentano circa il 70% dei comuni e ospitano il 16,4% della popolazione; in questa fascia, poco meno di 6 su 10 perdono popolazione. Il saldo complessivo annuo è quindi negativo.

Parallelamente, si sta sgretolando l’economia minuta che rende un borgo vivibile, non solo visitabile. Confcommercio documenta che tra il 2012 e il 2024 il commercio ha perso quasi 118 mila negozi al dettaglio e 23 mila attività di commercio ambulante. Quando chiude l’ultima bottega, sparisce un servizio, un punto di incontro. E ciò diventa un motivo in più per prendere l’auto e recarsi altrove. Quel viaggio, ripetuto, diventa emigrazione.

Ma non bisogna disperarsi: esistono segnali di contro-esodo in alcune aree montane. Uncem/Caire indica che nei comuni montani, tra 2019 e 2023, gli ingressi hanno superato le uscite con un saldo di 99.574 residenti; una parte rilevante del saldo riguarda cittadini italiani. Un fenomeno definito “nuovo, asimmetrico e fragile”. La traiettoria, dunque, non è irreversibile. Solo che non si inverte spontaneamente.

I giovani non abbandonano i territori per capriccio: cercano lavoro, frequentano scuole, usufruiscono di sanità, trasporti e connessioni. Rendere attrattivi i borghi significa trasformarli in una scelta razionale e competitiva. Occorrono sgravi fiscali selettivi e temporanei per gli under 35 o per i nuclei giovani che trasferiscono la residenza stabile, con riduzioni su imposte locali e agevolazioni sulla prima casa, magari ristrutturata, o sugli affitti di lungo periodo. Tuttavia, la leva fiscale da sola è insufficiente. Deve essere accompagnata da un pacchetto minimo di servizi garantiti. Quali? È presto detto: sanità territoriale, scuola dell’obbligo con trasporti efficienti, sportelli amministrativi assistiti e connettività digitale stabile (e potente). In parallelo, il lavoro ibrido va strutturato. Ad esempio tramite accordi con imprese che favoriscano posizioni da remoto legate alla residenza (quello che in Italia si chiama, con un inutile inglesismo inventato, smart working) oppure creando spazi di condivisione per lavoratori indipendenti. Il discorso è semplice: senza servizi, l’incentivo economico resta una parentesi temporanea; con i servizi, diventa una decisione di vita.

Non solo, un borgo sopravvive se produce. Devono essere salvati i mestieri tradizionali e resi trasmissibili alle nuove generazioni. Occorre istituire scuole-laboratorio territoriali, ospitate magari in immobili pubblici inutilizzati (e quanti ce ne sono!), dedicate alle filiere alimentari e artigianali: panificazione, trasformazione agroalimentare, lavorazione del legno e della pietra, tessile, restauro. La formazione deve essere strettamente collegata all’apprendistato e a sbocchi occupazionali concreti, attraverso accordi con imprese locali, consorzi e strumenti di microcredito per l’avvio di nuove botteghe. Un marchio territoriale serio, basato su pochi prodotti tracciati e ben comunicati, può consolidare l’identità economica del borgo. Non si tratta di inventare attività artificiali, ma di rimettere in valore competenze esistenti, aggiornandole alle esigenze contemporanee. E non c’è periodo storico più sensibile al genuino di quello che stiamo vivendo, dove impera il sintetico.

Un’altra idea? Lo sport, che da sempre è uno strumento di coesione sociale. L’organizzazione di tornei aperti esclusivamente ai borghi (calcio, calcetto, pallavolo, corsa in montagna) con calendario annuale stabile, può rafforzare il senso di appartenenza e incentivare il ritorno periodico di chi si è trasferito altrove. Il coinvolgimento delle associazioni locali e delle Pro Loco consente di integrare l’evento sportivo con ospitalità, gastronomia e mercati. L’obiettivo non è il semplice intrattenimento temporaneo ed episodico, ma la costruzione di appuntamenti ricorrenti che mantengano un legame attivo tra comunità originaria e territorio.

Andrebbe poi favorito il rientro di chi è nato o cresciuto nel borgo, dei discendenti e dei cittadini italiani all’estero. Un “patto di rientro” potrebbe integrare casa, opportunità lavorative (anche in modalità remota, come ho scritto) e accesso garantito ai servizi essenziali, con incentivi vincolati alla residenza effettiva. Il tutto, se possibile, sburocratizzato e reso più facile tramite una banca dati degli immobili. Monitorare l’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) per individuare i cittadini che intendano rientrare, con assistenza amministrativa e fiscale semplificata, rafforzerebbero ulteriormente il processo. L’obiettivo? Ricostruire continuità demografica e culturale.

In definitiva, un borgo sopravvive se conserva consapevolezza della propria Storia. La cultura non è mero ornamento, è struttura. Portante. Per questo è importante programmare calendari culturali distribuiti durante tutto l’anno, con mostre, rassegne, teatro e percorsi tematici legati alla memoria locale. Conosco svariati esempi di successo in tal senso. Dirò di più: la scuola primaria deve integrare moduli di storia del territorio, tradizioni civiche e conoscenza delle attività produttive locali. Identità e preparazione, orgoglio e competenza. I tanti archivi e musei minori, digitalizzati e accessibili, possono rendere la memoria fruibile anche a distanza, favorendo il legame con chi vive altrove.

Il bivio è questo: o si accetta l’idea che una parte d’Italia sia destinata al declino, oppure si reagisce con un progetto nazionale. I dati mostrano che lo spopolamento è avanzato ma non irreversibile. Dove si creano condizioni concrete, emergono segnali di inversione. Salvare i borghi è possibile. Io dico che ne vale la pena. E voi?

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