Riflessioni a partire da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”

Questa non è una recensione: per apprendere che “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un film del 1975 diretto da Miloš Forman ecc. ecc. andate pure su Wikipedia

Questa non è una recensione: per apprendere che “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un film del 1975 diretto da Miloš Forman ecc. ecc. andate pure su Wikipedia

Mercoledì 27 Luglio 2022

Pensate allo sguardo dell’infermiera Ratched, personaggio fondamentale di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Di che tipo di sguardo si tratta? Che genere di autorità vi si trova espressa? Mi sono convinto che raffiguri con precisione il tipo di ascendente che ha oggi il potere su tutti noi.

Usiamo il film per provare a ragionarci sopra, senza farci scrupolo di trascendere la mera rappresentazione della realtà manicomiale nella sua concretezza storica.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” è una pellicola che in genere piace agli anarchici, ai foucaultiani, a chi è incline a percepire con fastidio la stretta dei lacci normativi del consesso della società civile sugli individui – tutta gente per cui chi scrive prova non poco disprezzo. Finisce dunque qui tutta la storia? È il banale racconto dell’arbitrarietà delle imposizioni sovraindividuali, la descrizione d’una società-manicomio, l’esaltazione d’una libertà possibile solo come fuga, quale nell’ultima ispirata scena del film viene celebrata? Ho il sospetto che non stia tutto qui. Se ci fermassimo a questo livello, avremmo guadagnato solo uno sguardo vago sul potere e sulla struttura delle gerarchie umane. Sono convinto che ci sia qualcosa di ben più preciso da rintracciare nel film, tale da riguardare nello specifico la società occidentale nei tratti che ne caratterizzano le sue ultime vomitevoli evoluzioni.

McMurphy, il protagonista, è un personaggio rissoso, che fuma, beve e gioca a carte. Gli s’attagliano tutti quei vizi che incorniciano con precisione un esempio meschino dell’uso del proprio arbitrio: una manifestazione eclatante del fatto che la vita può esser più di sé stessa, può muovere contro i meri interessi biologici e sussumere sotto la propria volontà anche quanto le reca danno. Individuare l’inappropriato, lo scorretto, e, con intenzione, perseguirlo. Il personaggio di Nicholson non è infatti una banale vittima di sé stesso; è cosciente. Ed è tale coscienza che la trama ci porta a collocare in un manicomio ed in ultimo a veder neutralizzata tramite la lobotomia.

La regina delle infermiere, il guardiano inflessibile dei pazienti, è la sunnominata Mildred Ratched. Il potere assume i tratti ben delineati di quello che – significativamente – è un volto femminile. L’infermiera ha a che fare con un variegato campione di pazienti uomini, da principio mostratici in uno stato d’inerzia, avvolti nell’abbraccio d’un’autorità rassicurante, ma sottilmente dispotica. Il focus fondamentale non è sul vincolo derivante da una sopraffazione diretta, ma si lega ad un influsso più calibrato che si esercita attraverso il senso di colpa, il vittimismo dell’autorità, l’infantilizzazione dell’interlocutore.

Esaminiamo il comportamento dell’infermiera Ratched all’opera in una delle scene più adeguate a descriverne la personalità. In quella che doveva essere un’ultima goliardica trovata prima dell’evasione, McMurphy ha organizzato una festicciola con tanto di prostitute all’interno del reparto. È in questo contesto che lo spettatore finalmente assiste alla realizzazione del potenziale di uno dei personaggi del film: Billy Bibbit, il ragazzino balbuziente e impacciato, riesce a portarsi a letto una delle ragazze della festa, acquisendo sicurezza e manifestando maggiore padronanza di sé, in quella che par essere infine un’adeguata celebrazione della sua giovinezza. È proprio in questo contesto che la mattina seguente lo rinviene l’infermiera Ratched, costringendolo ad un’inevitabile presa di coscienza. Particolarmente interessante è notare come la donna s’interfacci al ragazzo, primo tassello da rimettere al suo posto per riprendere il controllo: la minaccia con cui raffredda la sua iniziale impertinenza consiste nella prospettiva di rivelare quanto successo alla madre, da cui Billy è terrorizzato. Dopo L’immediata ricomparsa della balbuzie, il personaggio di Billy sparisce dalla scena, ridotto ormai alla totale inerzia verso se stesso e gli altri. Vi ritornerà solo per sancire il suo definitivo annichilimento, tramite il proprio suicidio, consumatosi fuori campo.

Attraverso la lente consegnataci dal film, tramite un’analisi schietta e dalle modeste pretese, vorrei tentare di delineare alcuni dei tratti che più mi colpiscono nel peculiare tipo di autoritarismo a cui siamo oggi sottoposti.

Propongo di chiamare “maschile” l’autoritarismo nei confronti del quale siamo stati vaccinati con ingenti dosi “memoria” e di educazione civica. Non esiste manuale di storia riguardante il Novecento che non sia capace di tratteggiare con avvedutezza le peculiarità dei regimi autoritari che ne hanno attraversato il corso, e ad ogni studente, non meno che ad ogni cittadino, è annualmente richiesto di onorare il ricordo della tragedia prodotta da tali regimi entro la cornice d’un rituale saturo delle più vivide rappresentazioni di quel passato che “non deve mai più ripetersi”.

I caratteri di questo tipo di autoritarismo sono ben evidenti: ognuno viene richiamato al proprio dovere, e, in base alla conformità a questo, giudicato. In questo contesto non si guarda agli individui soffermandosi su ciò che questi ritengono di poter asserire di sé o secondo la loro percezione della propria identità. Tali sentimentalismi sono tenuti in disprezzo, nella misura in cui si richiama il singolo a rendersi partecipe piuttosto d’un progetto collettivo, da onorare con l’impiego generoso delle proprie forze e della propria dedizione. È il tipo di autoritarismo che tende a praticare la coercizione sulla base di un “devi”, attraverso le variegate forme d’un lessico essenzialista che ben si sposa con la propalazione d’un’immagine organicistica dello Stato e dei ruoli che al suo interno s’innervano.

Se resta necessario pagare anche in queste righe un tributo alla fine d’ogni ducesca imposizione, nondimeno ritengo importante riconoscere alcuni tratti positivi di questo approccio all’individuo. Pur tradotto in un parossismo patologico, se ne vede baluginare in tralice quanto si potrebbe caratterizzare come un “ottimismo” di fondo. Progettualità e fini comuni sono visti in questo contesto come scopi attivi. Si confida di poter agire con effettualità nel mondo e si richiede uno sforzo convergente a chi si riconosce in grado di fornirlo (fino al punto di costringerlo, se necessario). Si rintraccia cioè in ogni individuo qualcosa di più di ciò che attualmente è – quanto può acquisire aderendo al suo ruolo, cui conseguentemente lo si richiama.

Ora, nonostante l’esasperata insistenza di molti movimenti di protesta cringe e ghei tipici di questi anni riguardo la pretesa assimilazione della nostra società al modello “patriarcale”, alcuni caratteri del quale sono certo riconoscibili in quanto descritto sopra, trovo poco convincente una rappresentazione che rinvenga tali tratti nel nostro tempo e nel tipo d’autorità esercitata ai nostri giorni dalle istituzioni. Cercherò di motivare questa posizione.

È il momento di tornare a pensare all’infermiera Ratched e a ciò che qualifica il carattere patologico d’una madre che deforma la propria attitudine alla protezione nella grottesca figura d’un lento annichilimento del figlio, vincolato alla pubertà delle sue attuali aspirazioni, irrealizzabili se non in prospettive immaginifiche, terrorizzato da un mondo con cui non gli viene consentito di confrontarsi. Quanto mi colpisce nel profondo della castrazione spirituale operata sistematicamente da parte dell’inamovibile infermiera del film è come sia in grado di catturare molti tratti peculiari d’un tipo di autoritarismo radicalmente diverso da quello che ho provato a delineare nei capoversi precedenti. Questo autoritarismo dal volto “femminile” non richiede certamente al singolo d’aderire ad alcun ruolo, non gl’impone di far nulla che non siano tutti già in grado di fare, non lo spinge ad affrontare alcun pericolo. Al contrario, il fulcro attorno a cui ruota la sua comprensione dell’individuo su cui va ad imporsi è la sua costante caratterizzazione nei termini d’un inetto, pericolo permanente nei confronti di sé stesso e degli altri, un bambino alla vita, dal quale non si può pretendere altro se non che limiti i danni che derivano dal suo agire. Il prodotto finale che sorte del tritacarne ideologico conseguente a questa prospettiva è quello di un imbelle, incatenato alla propria inerte identità, legato inesorabilmente alla propria percezione di sé.

Sul piano dei fini collettivi, la narrazione dell’autorità assume dei tratti ancor più paradossali e disgustosi. Si richiama sì il singolo ai suoi doveri nei confronti della comunità, ma gli scopi di quest’ultima non sono descritti in maniera dinamica: non emerge alcun valore se non quello d’una calcificata amministrazione dell’esistente. L’unico modo di relazionarsi agli altri che resta in tal senso possibile è quello veicolato dal senso di colpa, dal distanziarsi morigerato e scrupoloso. Il mantra dell’autorità s’esprime allora tramite le parole d’ordine che risuonano ognora nelle orecchie di tutti noi: “inclusione”, “sicurezza”, “legalità” (significativamente mai accompagnata da “giustizia”). Infine, ce ne accorgiamo: non è nient’altro che nichilismo riplasmato a effige valoriale, presso la cui luce lattiginosa si pretende che si tornino a leggere le parole “bene comune” scolpite nella pietra lercia, e di queste si celebra la festa come il definitivo trapasso dall’individualismo egoistico verso una società finalmente più matura. Intonando tale motto ci è concesso riabilitare pure l’amore manifesto per il controllo poliziesco e la punizione, cui la bontà del principio non consente più di sottrarsi. Il nichilismo fattosi autorità non la rende meno coercitiva, ma anzi si dimostra in grado di giustificarne l’accanimento tramite la più perversa delle giravolte metafisiche, tale da sollevare l’inquisitore dalla responsabilità della condanna inferta. Non si tratta appunto di mero nichilismo, ma di nichilismo resosi valore edificante, da somministrare tramite l’educazione ai buoni sentimenti.

Vorrei sottolineare che quanto sto cercando di descrivere è un peculiare tipo d’autorità, la caratterizzazione quanto più precisa della quale dovrebbe renderci liberi dallo scadere in una critica banale di ogni autorità. Quanto infatti ho voluto individuare tramite la qualifica di autoritarismo “maschile” è passibile a mio avviso di essere riconnesso con una dinamica profonda delle esperienze umane, la cui radice intendo ora brevissimamente tentare di delineare, affrancandola dalla sua versione patologizzata nella figura d’un gerarca impazzito o d’un dittatore. Mi riferisco all’archetipo del maestro e confido che un lettore sufficientemente onesto sia in grado di tenerne distinta l’immagine da quella d’un despota sbraitante, anche se l’accostamento del tipo d’autorità emanata dal primo a quella del secondo è spesso un obbiettivo perseguito con diligenza sistematica dagli spiriti più libertari.

Quanto vorrei sottolineare – e per questo spero di potermi richiamare con efficacia alle esperienze personali del lettore – è come l’autorità del maestro sia funzionale non tanto a scopi esterni a chi ne è oggetto, ma precisamente a quanto c’è di più adeguato allo sviluppo coerente di chi vi è sottoposto. Un maestro che fa il proprio dovere ha di fronte a sé degli alunni a cui lascia in consegna la consapevolezza delle proprie capacità e del proprio talento per mezzo del loro esercizio. Li pone a confronto con la loro libertà. Questa non è uno stato inerte a cui siamo consegnati, ma una radura in cui dobbiamo essere condotti. Se lasciati a noi stessi tendiamo piuttosto ad appassire, a restare vincolati ai nostri problemi, al punto da sospingerci sovente financo all’identificazione con essi. Un buon maestro ci costringe ad essere liberi. Ci impone di essere più di quanto attualmente siamo. Il messaggio che ci lascia in consegna una figura simile è quello di un’autentica liberazione, intesa come affrancamento dal contingente che è in noi, dai fardelli della nostra personalità, e realizzazione di quanto noi stessi decidiamo di essere. Chi ha già abbandonato i sogni puerili delle più bieche fughe immaginifiche dal mondo sa che questo processo non può essere intrapreso da soli né senza sforzo.

Non è difficile immaginare quale figura contrapporre a quanto appena descritto. Confesso la mia speranza di vedere assurgere l’archetipo della maestrina [1] al pantheon simbolico di riferimento condiviso fra coloro che non fanno fatica a ritrovarsi in quanto letto fin qui. La figura della maestrina ci offre la rappresentazione più vivida della femminilizzazione nichilistica dell’autorità. Il braccio armato del moralismo più spietato, perseguito con bigotta aderenza all’arbitrio della norma, al punto che costei è con successo arrivata a identificarvi il proprio ruolo e la propria personale fonte di significato, col sovrappiù del guadagno tratto dal fascino della trasgressione, derivato dalla contingenza che quanto impartito a bacchettate è in sostanza il valore della fine d’ogni valore, della cruda inerzia biologica scagliata contro ogni prodezza spirituale. L’infantilizzazione e la medicalizzazione dell’interlocutore sono tratti talmente ovvi che talvolta si rende necessario affiancarli alla solerte preoccupazione per il malfunzionamento delle più intime capacità intellettive dell’“alunno”, ed è ormai inevitabile annoverare nella nostra comune esperienza almeno un esempio di un simile scadimento del dibattito pubblico.

 

Vorrei infine concludere con una breve riflessione sul tipo di congerie umana che si è raccolta attorno all’opposizione all’autoritarismo degli ultimi due anni, in cui la figura della maestrina è infine divenuta riconoscibile nei suoi contorni più definiti. Mi sono infatti interrogato spesso su come fosse possibile che degli anarcoidi, convinti dell’arbitrarietà di qualsiasi scelta sovraindividuale, e dei “conservatori” (mi si perdoni il termine), convinti della razionalità di ciò che di effettuale ci circonda – in effetti i due poli opposti d’ogni possibile sguardo sul mondo – potessero trovarsi a convergere nell’individuazione d’un singolo oppressore. In effetti la spiegazione non è poi così difficile. Per un anarchico ogni potere è arbitrario, ma questo gl’impedisce di scorgere i tratti del tutto peculiari di questo potere, che ha relativisticamente fatto carne da macello – a mo’ dell’anarchico stesso – di qualsiasi motivazione a fondamento della propria potestà. Dissolta la dinamicità dello spirito, gli resta l’inerzia della vita biologica, la desertificazione del reale impastata col mestolo digitale in un’avvelenata pappa del cuore [2], della quale si fa richiesta di mandatorio ingozzamento.

Rivolgendomi invece al secondo polo impegnato nella lotta, vorrei sottolineare come, a partire da una comprensione più adeguata del tipo d’autoritarismo contro cui ci si trova a combattere, anche uno sguardo avulso da quell’ingenuità anarchica che pretende di riconoscere in ogni autorità un nemico saprà capire come si riveli necessario far proprio l’individualismo più impertinente e la goliardia più esacerbata come armi appropriate contro questa autorità. Ci troviamo perciò di fronte a un paradosso. Proprio coloro che riescono a capire che il mero arbitrio individuale è solo la libertà dello schiavo, che gode dei momenti in cui è lasciato a crogiolarsi in vacui piaceri, devono oggi sostenere la responsabilità di sfidare con sfrontatezza il potere costituito, anche per il solo formale gusto di farlo. Proprio coloro che s'avvedono del pericolo insito nell'inerzia dell'astratto respingere ogni norma sovraindividuale debbono farsi discoli impertinenti ognora impegnati nello sfidare le sferzate della maestrina.

È necessario liberarsi dall’abbraccio asfissiante della madre terribile. Questa ha fissato il suo saldo dominio tramite l’assassinio del padre, seppellito fra i sollazzi e ognora dissotterrato per farne un feticcio da trascinare lungo i cortei di false proteste. È invece il tempo di beffarsi di coloro che hanno fatto del mondo un circo di buffoni e pretendono che s’assista allo spettacolo con occhio serioso e convinto. Rispondere a questo potere con un controcanto di strapaesana faccia tosta e calare fuori dalla manica l’asso d’una più luminosa verità.

 


[1] Sono debitore a Il Titì per una prima caratterizzazione esplicita di questo concetto. Consiglio il suo apprezzabilissimo L’uccisione della madre, Laterum, 30 aprile 2021.

[2] Scelgo qui un termine edulcorato per indicare quella sostanza in conseguenza della cui assunzione è gravitata la possibilità di essere ammessi al consesso della società civile nell’ultimo anno. A mio avviso, essa merita di abbandonare il mero spazio semantico della medicina e assurgere a metafora filosofica fondamentale. In contesto memetico è nota sotto il titolo di “sborra di Draghi” (sic).

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