Rivoluzione eco-illogica

In nome dell'assurda lotta alla CO2 si preparano tetri scenari per i cittadini

In nome dell'assurda lotta alla CO2 si preparano tetri scenari per i cittadini

Giovedì 12 Ottobre 2023

Nessuno può negare che ci sia un cambiamento climatico in atto. C’è, ed è sotto gli occhi di tutti.

Ma è la causa di questo cambiamento climatico che fa la differenza, almeno nella sua gestione e negli impatti che ne derivano.

Alla luce di diversi studi di scienziati come il prof. Nicola Scafetta, docente di oceanografia e fisica dell'atmosfera presso l’Università Federico II di Napoli, o la prof.ssa Valentina Zharkhova, che insegna alla Northumbria University di Newcastle, appare evidente che il cambiamento climatico sia dovuto a cause naturali di cui l’uomo può soltanto prendere atto. Secondo quanto elaborato separatamente da questi scienziati, infatti, il riscaldamento climatico sarebbe dovuto ai cicli del Sole e non all’azione umana.

Al contrario di quanto non risuoni quotidianamente sui media mainstream, solamente una ridotta quantità di studi (circa il 30% del totale, come riportato da Franco Battaglia su La Verità del 26/05/2023) annovera le attività umane tra le concause. Tutti gli altri studi non certificano affatto la responsabilità antropica, anzi.

Eppure questa tesi è stata sposata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che è il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Sotto la spinta di questo “autorevole” organismo, il mondo occidentale ha deciso che la principale causa del cambiamento climatico sia l’attività umana, imputando le responsabilità più gravose alla produzione antropica di CO2. Partendo da questo assunto, tutt’altro che dimostrato scientificamente in quanto basato su teorie e modelli matematici che applicati su dati passati si sono rivelati fallimentari (vedasi le previsioni catastrofiche mai avverate), la politica ha messo sotto accusa il genere umano, perseguendone tutte quelle attività che producono CO2 come la produzione di energia da fonti fossili, l’allevamento intensivo degli animali da macello e addirittura le abitazioni, ree di consumare troppa energia per il riscaldamento in inverno e il raffrescamento in estate. Questa “credenza” sta producendo iniziative grottesche e piene di controsensi: la limitazione dell’uso delle auto in grandi città come Roma e Milano, ma non del trasporto merci su gomma (responsabile della maggior parte delle emissioni nell’ambito della logistica via terra); la chiusura degli allevamenti intensivi che, al di là dei pur condivisibili aspetti etici, rischia di compromettere la tenuta del già provatissimo settore primario; l’obbligo di ristrutturare edifici pubblici e abitazioni private per minimizzarne il consumo energetico, con tutto ciò che questo implica in termini d’impatto sulle tasche dei cittadini.

Ovviamente a spingere sull’acceleratore di questa politica non poteva che esserci l’UE. La quale, cavalcando l’Agenda 2030 promossa dall’ONU, pretende che i Paesi membri abbattano drasticamente le emissioni di CO2 entro, appunto, il 2030. Si sa: dove c’è l’UE c’è l’interesse economico di qualche multinazionale (la vicenda dei vaccini Covid insegna). E infatti proprio nell’imposizione di queste politiche “green” le aziende automobilistiche vedono l’opportunità per rimpiazzare l’intero parco auto esistente con nuovi (e costosissimi) veicoli elettrici. E se il campo della mobilità è la prima linea, occorre ricordare che non è certo l’unico ambito interessato da questa deriva: ad esempio, favorendo la sostituzione della carne da allevamento con la “sostenibilissima” ed “ecologica” carne coltivata, si asseconda la concentrazione della produzione di carne nelle mani di poche multinazionali oppure, imponendo vincoli sulle normative energetiche degli edifici, si serve sul piatto d’argento ai grandi fondi d’investimento la possibilità di comprare per pochi spicci milioni di abitazioni non a norma.

I costi di questa follia saranno enormi e ricadranno tutti sui cittadini. E aldilà dei termini economici, che già di per sé basterebbero, le vere ricadute saranno sulle nostra libertà: libertà di scegliere come muoversi, come alimentarsi, come curarsi... Insomma, come vivere. È evidente infatti che l’applicazione di direttive come quella sulla “casa green” costringerà chi non avrà la possibilità di ristrutturare a finire in affitto dopo aver venduto sottoprezzo il proprio appartamento. Un ennesimo peggioramento per la vita dei più, costretti a pagare il prezzo di una transizione eco-illogica.

La scienza non è un culto idolatrico che impone dogmi da rispettare in nome di teorie mai dimostrate. La scienza è, o almeno dovrebbe essere, confronto. Se nel dibattito si desse il giusto peso a scienziati come Scafetta e Zarkhova, che mostrano come i cambiamenti climatici in atto siano naturali e che quindi l’uomo non possa far altro che adattarvisi, il problema del clima potrebbe cambiare radicalmente natura: dalla colpevolizzazione delle attività antropiche si passerebbe alla ricerca del miglior modo per adattarsi e sopravvivere al cambiamento. Invece di utilizzare enormi risorse per tentare (invano) di ridurre la produzione globale di CO2, si potrebbe investire sulla messa in sicurezza del territorio per prevenire il dissesto idrogeologico, sulla manutenzione della rete di distribuzione dell’acqua (che in Italia si disperde in gran parte) per fronteggiarne la scarsità, sugli allevamenti non intensivi, che migliorano le condizioni di vita degli animali e la qualità delle produzioni, sulle ristrutturazioni delle facciate dei palazzi delle nostre città, così da renderle più belle anziché farne agglomerati di edifici anonimi inscatolati in involucri (spesso orrendi) di materiale isolante. Si tratterebbe di un programma di investimenti pubblici che offrirebbe lavoro e ricchezza ai cittadini, nulla a che vedere con i progetti di chi abbraccia l’Agenda 2030 e propugna, naturalmente a “vantaggio” del prossimo, il mantra “non avrai nulla e sarai felice”.

 

Una chiosa finale un po’ maliziosa: qualcuno particolarmente curioso potrebbe chiedersi come mai proprio adesso a Bruxelles e nei circoli “che contano” ci sia una gran fretta di attuare questa fantomatica agenda entro il 2030. Ora, sarà certamente una combinazione ma si dia il caso che i modelli matematici basati sui cicli solari, quelli studiati da scienziati come Scafetta e Zarkhova tanto per capirsi, prevedono che l’innalzamento delle temperature durerà fino al 2030, dopo di che dovrebbe seguire almeno un decennio di raffreddamento per tutto il nostro pianeta. Forse che la finestra da sfruttare per conseguire certi obiettivi stia davvero cominciando a chiudersi?
Chissà. L’unica cosa certa è la massima che ripeteva spesso e volentieri una vecchia volpe scomparsa qualche annetto fa: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.”

Condividi su: