Dal primo settembre Stellantis dà il via ai contratti di solidarietà a Mirafiori, Pomigliano d’Arco e Termoli. La misura riguarderà 2300 operai dello stabilimento torinese (circa un quarto del totale) e la totalità dei dipendenti degli impianti campano e molisano (rispettivamente 3750 e 1823 persone). La produzione italiana di auto continua a rallentare inesorabilmente senza che il Governo sia minimamente in grado di contrastarne il declino. Anche i sindacati, puntualissimi nel dispensare moniti e critiche a posteriori, si rivelano impalpabili nel momento della definizione di un piano industriale che non danneggi la produzione in Italia.
Se è vero che il dissesto che sta sconvolgendo l’automotive è un fenomeno globale dovuto a una molteplicità di fattori, bisogna riconoscere che nel nostro Paese la parabola è ben più tragica che nel resto del mondo. Solo qui, infatti, ci troviamo a subire la micidiale combinazione delle scellerate decisioni UE in materia di transizione eco-illogica con il disimpegno programmato (e incontrastato) del gruppo italo-franco-americano a guida Exor.
Di fronte a questo scenario, gli spunti di riflessione sono tantissimi, ma ci preme sottolinearne un paio.
Il fatto che ad oggi non ci siano licenziamenti di massa è dovuto per lo più al ricorso massiccio ai contratti di solidarietà, uno strumento che fortunatamente l’INPS può ancora permettersi di sorreggere, ma... Per quanto potrà durare? Abbiamo sentito tutti le recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco che chiarivano che il sistema di welfare attuale non è più sostenibile economicamente. Certo, Merz parlava della situazione in Germania, ma la crisi (tra prezzi dell'energia fuori controllo e carenza strutturale di domanda interna) non è così diversa dalla nostra. Senza dire che qui in Italia i freni alla spesa previdenziale ci sono già da oltre un decennio. Fintanto che resteremo nell’Unione Europea, nessun cambio di rotta sarà possibile e la situazione non potrà che peggiorare.
In secondo luogo, aldilà del problema economico ce n'è uno, colossale, di natura sociale. Anche se ufficialmente tutti questi operai mantengono il posto di lavoro, non è difficile intuire come l'inattività pianificata e l'incertezza nel futuro incidano negativamente sulla loro motivazione nell’esercizio della professione, con ricadute nefaste anche sulle loro altre prospettive di realizzazione. Ma uno Stato non dovrebbe avere come scopo proprio la realizzazione dell’individuo?
A eccezione di pochi e sempre più rari esempi di “imprenditori illuminati”, per gli attori privati il profitto resta l’obiettivo prioritario, talvolta persino a discapito del benessere sociale. Benessere sociale che, invece, dovrebbe costituire proprio il fine dello Stato. Per perseguirlo non serve imporre nuove normative o altre regolamentazioni, servono enti pubblici che sostanzino delle vere politiche industriali, che fungano da volano per l'impresa privata e che, al contempo, sostengano occupazione e salari, creando un ambiente fecondo alla realizzazione delle persone. Del resto, c'è un buon motivo per cui i Costituenti riconobbero nel lavoro il valore su cui fondare la Repubblica. Oggi più che mai varrebbe la pena ricordarselo.